Visual Alchemy

Maria Chiara Fagioli
Poesie

#allweneedislove-12

Riparati da tettoie

d’inganni pretestuosi,

asciugammo le labbra

difendendoci con baci

perlati ascensionali,

auree dei Fenici

il fumoso molo

di notti mute

e spine conficcate,

un ricercato ricordo vestito

d’iniziali in tronchi.

Soffio d’estate,

magia e preziosità

il susseguirsi di mesi

intirizzì vitigni,

proscenio di radure

lievemente toccate

da universi astratti

e rigate da fitta boscaglia,

pensieri di rugiada.

Esili scheletri ammonivano

vie non battute,

sterrate,

aghi di pino ammorbiditi

dal fresco incanto

di luci fluttuanti

pulsazioni eroiche,

le ultime stele di un mondo

genuino.

L’oscuro richiamo

discese in una cortina

omogenea.

Di voltarsi non si seppe

l’ora,

si narrava di commossi

occhi vergini

e ardite parole

di cui s’intraprese

la rotta

senza traccia.

Arrivederci amor.

#allweneedislove-11

Un treno sbuffante

a largo

d’immaginazioni

e campi di girasole,

volute di dolori

tra serenate amicizie remote,

d’amor donato

a piedi adagiati

su terre di libertà.

Nuda.

Il sottil ricamo

d’infestanti

rifuggendo

in risa sgretolate e corse,

giochi perturbanti

di erotiche pericolose

vicinanze.

Promiscui.

Una spiga fra ondulati

capricci,

quel nostro insensato

incendiare l’attesa

in disordinate movenze,

di grazia laconica

sfiorandoti la schiena.

M’innamorerò

di ribelli istanti

sprofondando

di consolanti esitazioni.

La voce si opacizza,

spezzata di chimere

e solitudini dilatate,

di troppo oblìo

il sapore dell’ululato.

Bagnando lettere rese pezzetti

di vita,

la preghiera

di lasciarti andare.

Prove d’onor

o di sofferenti,

delle anime solerti

vagano

le mani trattenendo

lo spazio perduto.

Dalle grate

i segni della neve

che depose

lo scorso inverno siberiano.

Assaporando la felicità

a occhi spremuti

di gocce di verità.

#allweneedislove-10

Superfici schermate

d’insensate dimenticanze,

il dì rimettersi all’irragiungibile

rincorrendo

lamenti e lidi

di acque tiepide

in bassi fondali.

Certune intermittenze

vacillavano

fra cime estrose

di prepotenti misticismi,

il viaggio spianava

diroccate crepe nelle mura,

abitudini

soffiate al rimpianto

l’appartenenza

ai confini,

vie dimenticate

insostenibili foglie di platano,

la traccia corrosa

preludio a lune ingombranti,

taciturne e curiosamente

insolenti.

Un ponte di ferro rosso,

trascorsero limpide

dalle sorgenti,

ieri non so,

cercavo un volto

dai contorni evanescenti,

bagliori di sorriso,

lampi di tormenti discreti

nel fluire.

D’improvviso il mio nome,

venature di foglie

soavemente cadenti

senza alcun fragore.

Il suono di noi.

Indimenticato.

Nel sentiero stellato

attendeva l’amor

che nulla potè.

#allweneedislove-9

Oltre il raggio

in moto continuo

l’anticamera

di un’estenuante penitenza,

limata

dalla frescura del faggeto

secolare, immutabile

d’orchestre di violini

e bucce di limoni.

Quivi ti cercai,

un altro tentativo mortale

dalle vane pretese

consumava fiamme bluastre

di note speziate

al tabacco

e perenni dormiveglia

del desiderio.

 

Nemmeno una settimana fa

dispiegavo le ali

di code squamate,

voltata distrattamente la luce artificiale

rimase l’abbaglio

dell’accecante faro,

le molteplici varianti

dell’essenza.

Una lettera seppellita

da tacita sabbia del deserto.

Gentil bacio amaranto,

un Oceano ci divise

e il cielo ricongiunse

le divinità

sedute fra le tenebre.

Amor incompreso,

se amor mai sfiorò.

#allweneedislove-8

Ti occuperai delle stelle

scalando luminescenti bolle di sapone,

accorato respiro

oramai i sentieri

inerpicati

richiamano

il medesimo disfacimento.

In una sfera

vi é un intero mondo,

ampie lande ben tenute

e alte fronde

di capricciose capigliature

che virano mirabilmente

alle tonalità del rubino

su specchi in visibilio.

L’amore crea la comunità,

null’altro indicò

verità condivisibili

della nudità

spreco della propria umanità,

occhi di bambino tigre

seduzioni imploranti,

rifacimento di facciate decadenti

rese invisibili da pietre scagliate

di rancore cecità.

La dedizione nelle squame di dragone,

curve placidamente espanse

sino all’assenza del definito,

la voce dei secoli sempreverdi caducifoglie

in netto delirio al violento verbo,

sponda avversa

di gentil sorrisi.

L’astratto rapì

la rosa dei venti,

la bussola interruppe

il magnetico richiamo

per calpestar

molluschi senza onore né dignità,

la caccia alle streghe

in sconveniente cotone tecnico.

Halifax 1269 km.

#allweneedislove-7

Accatastati i pensieri morbosi

estenuanti

in geometrie lignee

su grana grossa

filtri passaporti,

acute sestine di pianoforte

colmanti l’aria rarefatta

d’illusioni ottiche

prismatiche,

scissioni di luci

in prepotenti colori.

Lembi di dune bianche

sabbiose,

bagnasciuga a perdifiato,

un tuffo vigoroso

in calde correnti saline

a ricordar la nostra linfa,

carezzate da tramonti

e flauti traversi solitari.

Schiumose verità

e giocosi delfini,

claudicante il suono cadenzato

riprende il passo

ritmando

orchestre di balene

testuggini marine

là dove l’orizzonte

disperde e confonde i sensi

per lasciar viltà

e capitani dirottati

tra cantici esotici

e maestrali di non ritorno.

Giacché fu l’ultimo bacio,

accorato rimorso

di un copione sfumato,

il mare trascinerà

perle rare

gettate nell’Oceano,

sprofondate negli abissi

di fantasmi relitti,

a cantar il peregrinare

negli Oceani mai visitati,

di un nostalgico passato

mai udito.

Ci faremo carico

dell’oblìo blu.

#allweneedislove-6

Cupo dolor

tra scartoffie accumulate

in giorni di noncuranza.

Depravazioni sordide complici,

fatiscenti come il non amato

che sozza le mani

di languidi poemi omicidi.

Falso, come le labbra

invadenti d’effusioni

malgrado le ciglia battenti

all’unisono di viltà d’amor.

Naturale come passeggiare

indifferenti nel cuore

della notte,

spalmando pappa reale

su bugiardi addii.

Delle parole del marinaio

non vi fu traccia,

né di sete inarrestabile

di morbidi baci.

Prenderon il posto

angoscia regredita

mentre impetuoso

il vigore della sirena del porto

richiamava a gran sibili

il letto d’orchidee

sparso di vellutate onde.

 

Un baleno improvviso,

l’eco di vecchi assassinii

e oracoli propizi,

a divider in nuove faglie

indimenticate,

implacabile vergogna

di miserie di mezzi uomini

maldestri

e profondamente mesti,

chi si voglia ammalare

resti

nel fresco veleno ipnotizzante

di un cobra.

 

Cuore d’orso,

stavolta il frassino

non caverà

le tracce del tuo passaggio

per patetiche trame

di servili abiette degustazioni

di sangue.

La luna ricadrà a masso,

ciò che il fato unì.

#allweneedislove-5

Il diapason dell’anima

puntava sulle tredici

battendo insistentemente

il divenire resosi nulla

in abiti convenzionali.

Evitammo l’ultimo desiderio

a cadenza di perversi ritmi tribali,

volgendo l’arcana predizione,

trascendevano la maestosità

di fanciulleschi sguardi

e moti di rigogliose gardenie

soavemente pennellate di fine incanto di pioggia.

Noi spettatori di complice torpore,

il solstizio irradiò contorni vacillanti

di carni e sangue.

Rifrazioni sino a te, non privarmi

di inutili righe stonate di un Oceano,

non torneranno

e sarà anche il nostro  respiro finale.

Distante averti

d’età ormai a dividere le nostre mani,

era una flebile luce

fra crepuscoli reiterati

con la violenza degli impotenti,

una corona d’alloro il canto d’usignolo

dedicavan mondi sommersi di spighe

in caparbi volteggi di rondini,

esorcizzavan le nostre miserie e gabbie.

Libeccio che donerai

le mie lacrime al destino cieco,

due amanti senza cielo.

Chi insegnerà la nostra storia

un’altra meteora già fu e ancora ancora,

e rimase acerba distruzione

leccandosi le dita.

Sospirami negli acuti eolici dell’imponente Nord,

di strazianti torture

smisi d’amar.

Esule di tramonti stellati

ubriachi fra carri dismessi

e orse desolate.

Ché mi struggei per due occhi

tan’ nobili e puri

che mai più baciai.

#allweneedislove-3

Grani di vita

ammorbidivano

le primule dischiuse,

musica in penombra

e soffitti di cieli dispersi

fra Via Lattea

di gomma e ovatta.

Stregata da profumi

l’estate di gelsomini

e cedri,

mentre la mano

misteriosa cercava

confessioni intime

con il piede,

gambe racchiuse

assaporando

in appoggio

la quiete boschiva

della notte illusoria,

promettenti

fate morgane

e visioni catartiche

ancestrali

di incroci dimensionali.

Sentivo bruciare

il fitto mascherarsi

di rami,

brulicanti

di parole straniere,

echi dissolti

di strade abbandonate,

ruderi molesti.

Chi non rigetti

il riflesso di montagne

su opache vetrate,

violini su ripiani

della memoria,

per un istante sei

il fianco

del mio cammino.

 

Un ultimo lento,

bollicine

colpevoli

di troppa profondità

nell’abisso del nonsenso.

Libertà

e sogno

stretto

diletto

di passioni

in volo.

Dannato

rincorrer

dei tempi.

Lenta agonia,

il tocco celeste.

#allweneedislove-2

Il sidereo respiro

volgeva al tramonto,

sgretolando le unghie

in risalita dalla terra arida.

Perduti fra le tenebre

e vacillanti promesse,

il dado segnò

il corso inesorabile della veglia

su pianti remoti,

la via della dimora

in lacci di staccionate

ben strette.

Amore inarrivabile,

seduta da troppo

non sono che il tocco

di vette innevate

e attese lilla indaco

frettolose,

muoversi pazientemente

tra nebulose paludi,

in nodi acuti

duole l’amor.

Fantasmi e convinzioni,

tremo di grida

mentre tornanti

di luce salati

volteggiavan sulle gote.

 

Ahi mare,

di nuove partenze

mi feci grande,

di mete inascoltate

le conchiglie custodiranno

le nostre storie,

due amanti nudi

su dirupi capricciosi

e arcobaleni

fin sulla riva di lidi

al cospetto del Gran Giudizio,

che tutto può e nulla perdona.

Chissà a cosa siamo tenuti

nell’Infinito,

piuttosto che sfiorarsi

nelle spirali dell’Ideale,

cospirando plasmando

disperdendo.

#allweneedislove-1

Torbido pensiero

che s’accavalla

di incanti e speranze

e di soglie varcate

in istanze di battiti

a roghi celesti.

Risa e gentil cecità

ripetute in pose

fra mormorii

di un destino imbarazzato,

sensibile ad assaggi

amari costellati

di mesti ritorni

e tardivi vicoli ciechi.

Neppur il suolo

pietrificato

d’incertezze

s’arrese,

trattenuto di lacci e ricordi vividi.

 

Gocce di lacrime

bagnavano

la prudenza degli albori

centellinando

aria taciturna,

la barba d’argento

brillava su orizzonti

blu e selvaggi,

dietro di sé

sorsi di laghi

perenni e tracce

di nevi fatue.

L’uno davanti

all’altra a desiderar

i respiri, bruciano

le labbra sudate

in vertigini,

spiriti eterni

si contaminano

per colorarsi

dei toni dell’universo.

Che sia purché sia. Amor.

#absence-4

Spiegavamo le vele

di iuta

prigionieri

svuotati del primitivo

desiderio arenato

all’orizzonte.

Di fronte aperture alari

descrivevo la gran volta

a crociera,

fervevi supponendo

le manovre

gentilmente adagiate

su nere scie di sabbia.

In anticipo sulle picchiate

e accecanti evoluzioni,

immemore di cento anni

scolpiti su laterizi,

reietti fummo tra inascoltate

solenni superfici

e muovevamo aspirazioni

di libertà

apprendendone

l’esilio,

fra prue sconnesse

e lievi sfioramenti

in parole prossime

alle struggenti labbra.

Un barlume di luce

raggiunse attimo

dopo istante

l’incrocio delle nostre

affusolate mani,

pretesa infinita

in giardini curati,

tremolii.

Amor insegnami.

#absence-3

Riuscivamo ad incalzare

le rocce

dei chilometri in affanno,

un freddo torpore esalava l’ultimo

recondito grado

di sopravviventi

dall’argenteo

ritmo di passaggi astronomici,

rami diradati

sulle tempie.

Un territorio di gran levatura

ammiccava al riposo

del giorno,

laghi bianchi

rossi infuocati

gettavano le armi

al sorriso obliquo

cucito fra lampi

del cielo.

Cicaleccio assordante

di torrenti indisciplinati

e pensieri solinghi,

insopportabile

fondale di occhi

decaduti

su partenze

mai superate.

Correva lento

il flusso scuro

di sovrapposizioni stregate,

mosse da notti

di blandi operati

e ragioni bandite

dai regni

dell’inopportuno.

Indugiando

l’ultima brace,

quasi cenere,

a tal punto nitidamente arduo

parve lo spauracchio

dell’amor.

 

In capo al mondo

scivolava bruciando

di frutti ribelli

e costellazioni briose,

sfumature a stento lambite,

il terrore fluttuante

nella sabbia della clessidra,

a rendere inutilizzabile

il putrido bullone nell’ingranaggio

del solstizio estivo.

 

Il nostro percorso

da soffi di battiti,

respiro segregato

in cuor mio,

impedimenti clandestini

fra sabotatori onerosi.

Vani sforzi,

coscienze riconciliate.

Ahi, mite rassegnazione,

giubilo di zuccheri canditi,

a sedar magnificenze caleidoscopiche.

#absence-2

Serrate le parole

d’ingiustizie alcaline

fra ingranaggi

di meccanica impeccabile

e doratura melliflua,

una fumosa strada

al calar di Venere

per donare sfregamenti

in tanghi di carne,

accese pietanze

colme di fluide

passioni e movenze

di occhi attorcigliati.

Da scosse d’intensità

ritmica tribale

non se ne esca,

un misto di pulsioni

brute oscillazioni

all’unisono,

siamo credenze

opaline racchiuse

in magma

origine di mondo,

corde e grida disperate

costretti in angusti

templi privi di finestre.

Rincorrendo le ore

al gran finale

fra sipari sobbalzanti

ed inchini incerti,

le crepe dello spirito

riconsegnano

frastagliati tagli pulsanti

lacerazioni

di cui la memoria

spazzò i semi

dell’abbondanza.

Un gesto di inopportuno deismo

sopravvalutato,

a non salvaguardare

il rimanente familiare

focolare.

 

Tra questi mormorii

di sabbia e cenere in disparte

fra onde increspate,

che sia il perdono di indietreggiante

chiarore, pallide

codarderie, il ricordo

si fece ricolmo

di pioggerellina,

mentre incalzava

la voce della luna

e il ritorno vivo

del vento tra faggi

immersi di linfa mistica,

esito,

condensata di antichi sussurri.

Il centro della vita.

Lo splendore del tutto e nulla

s’impossessava

del mio sangue,

vegliando sul cosmo

fuoriuscito d’infinito.

Il suono dell’universo,

melodia di vivide spirali.

#absence-1

Una ricurva figura

in controluce

sorreggeva la distante

chiassosa caparbietà,

al passaggio di sottili

fasci luminosi

lenivano pensieri d’ingombri.

Decostruzioni temporali

disarticolate,

uno sparo di netto

in buchi neri dimensionali,

precipitate da posture

inermi, grotteschi

palazzi intinti

nella radente nullità

insipientemente risollevate.

 

Se le sorti di tendoni

distratti potessero

recare strutture

di pietre su argilla

intrisa di lacrime

piovane.

Ticchettii dosati

su inchini infettati

di ferocia,

l’immanente assenza,

un deserto di gran passo

fra miraggi di borracce.

Spine in gola

e cespugli a impolverare

il segregato cuor,

gusci di carne affondati

nella traversata verso il ritorno.

Sotto un salice,

la quiete avvolgente

del nostro lago,

un’intesa attesa

per quel bacio disatteso,

circondati di stelle cinguettanti

e timori inconfessabili.

Baciami in un piccolo

borgo di ricordo,

fintanto l’imbrunire

offuschi la fresca ansia,

spettatrice del dolore

in questa veglia sorda.

Ciechi di verità.

Adornata la glassa delle mie pupille

all’armonia pacata della tua voce

di arguto tocco

e sublime assenza.

Maestosa delizia taciturna

a sfiorar le gote arrossite

di gentili umori.

Baci voluttuosi d’incanti perduti,

perfidi misteri di vil distacco.

Notti inquiete a sedar

angosce di morte,

tormenti d’amor.

#38

Spirò il vento rosso,

tagliente di superstizione

e credenze sporche.

Rivendicava antichi quesiti ingarbugliati

tergiversiamo,

abbattendone poltiglie dissapori.

 

Fiori di loto

e lacrime d’orchidee

fu l’abbraccio,

soavi parole

e rari caldi baci

sottovoce, sguarniti,

il viso poggiato amabilmente

sullo sterno.

 

Profumi d’Oriente

inebriarono

l’aspra torbida

attesa,

un tormento polveroso

di caducità

a un presente

imprigionato di melanconia,

sebbene catene illusorie

fra branchi di bestie

insanguinate.

Una donna verrà sacrificata

per non aver commesso.

Giudizi caustici

di basso mobilìo

pronunziati

da solerti baratti,

il prezzo dell’onestà.

Finalmente.

 

Frontespizio Tesi di Laurea in Scienze dei Beni Culturali

Alla sordida veglia della Luna,

al cantico maestoso del Sole,

agli astri danzanti nel Cosmo di ogni artista.

A mia Madre a cui sospiro,

a mio Padre di cui mi ammalo,

al Lupo nero dei momenti magici,

al germoglio di due anime della medesima nuvola.

Allo Spirito-guida di ogni indiano,

alle Piramidi impossibili del sogno.

#40

Calava il buio

su pietre di un sentiero

macchiato di primule

e conifere,

un’aria tinta

di usignoli volteggianti,

in cima al misterioso

cannibalismo

in gran corteo funereo,

vestiti di piume intente

a gioviali pose di grazia.

Gli ultimi raggi di luce

estraneati dal pallido

tramonto di province

immobili, ragione

di passaggio su orizzonti

che svaniscono,

inghiottiti dai lamenti

delle ombre.

 

Spezzate le catene

rimase un unico sogno

guidato da note grigie,

armonia rigogliosa

di nefasti presagi.

Quella notte

la caverna indietreggiò

alla compaciuta corsa

alla vita,

altopiani di ali risplendenti

in madreperla lenita

da noci ed erba mossa.

 

Non si può commettere

due volte lo stesso errore,

se ripetessimo la stessa azione

non avremmo lo stesso risultato.

In dubbio sul burrone.

Sentori di precarietà.

 

#83

Frastagliate lingue di fiamme

il tuo stupore

rigenera

nei moti circolari

d’Oriente,

abbagliami

di ebbra consapevolezza,

fra le sequoie

e fulgide vibrazioni.

Si levano nelle ore minute

gli alianti del mistero

in setosi lampi di scure

balenanti.

Cieca di opulenza ritmica,

dalle tribù incalza

l’assordante taciuto.

 

La nostra volta del destino

scuote i rami di vessilli,

antichi richiami e forze universali

riprendono

la linfa di vita,

in diritto a fiorire

il giuoco di attese

e gentili soffi

su focolari di cambiamenti,

sorti del cosmo

in affanno laborioso.

Familiare ninfa

dei suoni rifrange

le sue onde di potenza

roboante, chiassosa,

d’imperturbabile

provocazione,

s’intendono onde di baci

lievemente posati,

rose dalla pacata caduta

a toglier ogni patetico dubbio.

Distrazioni d’amor.

#46

Di una mattina

tremula all’alba,

il sole tirandosi

sull’aggraziato viso

l’umore, cristallino

di azzurre onde arcuate

dal destino mite

nel battito di Tirreno.

Il volo svelato indietreggiava

al brusco levarsi

del cinguettìo di orde

di cavalieri impavidi.

Arazzi di seta blu

esotici motivi,

la mattina oscilla

accendendone i silenzi

in calcestruzzo,

un tavolo di pruno

intarsiato di rilevanti

preziosità dal sorriso

paralizzante.

 

Profumi misti

di carne selvatica

e orchidee ammiccanti

in davanzali sull’oltretomba,

distese indietreggianti

di oppressione meschinità

e illusorie ubriacature,

la morsa della pazienza

di chi già vede,

lupi,

ritagli confusi di carta,

rende l’amor cieco.

Amore, se é di amor,

o di bugia anch’esso?

Templi di giada bianchi

fra terre nere di petrolio.