Visual Alchemy

Maria Chiara Fagioli
Poesie

Sintetica vanità

Senza far rumore
né biascicar antiche parole
traballava sul mondo
e io ad occhi chiusi
avea la pretesa di danzar
da per terra in su per il ciel,
libando con gusto le cicatrici
di una ciclicità irrisolta.

Se vedessi la fiera piega delle labbra,
floribunda fantasia
di avermi al passo di giganti
che tanto non dovean essere,
immuni al nullismo
assuefatti allo sfacelo di svuotato garbo
in forme sì primitive.

Perdura nell’abile centro
pelle latte perla
capelli castano rossiccio,
la sintetica vanità sfoggia
fuligginose nubi,
al grido di “Madre mia!”
nessuno replicherà
perché fra le illusioni
la più insidiosa.
 
 


 
 
Modella: Donatella Colucci.

La rosa che manca


 
 
 
Caldo afoso luglio
il respiro e la speranza si diradano
e i miei occhi si rattristano.
Guardo e perdo parte del cielo,
mentre l’infanzia cade bruscamente
tra paesaggi d’incanto e sorrisi di miele.
Piange la Terra, il presente, gli Oceani,
fino a raggiungere l’immensa nostalgia
di un futuro che mai fu.
Lenta agonia ti ha reso duna che scompare,
ah splendido abbraccio a me familiare.
M’insegnasti il coraggio,
la bellezza, l’armonia,
la saggezza di lasciare andare.
 
Donna sei vita.
 
Il tuo stanco battito
quieto giunge alla pace
di un volto placido e amato.
Il male è passato
che come un’ombra ricopre le mie carezze.
Quanto amaro dispiacere ripiega sul nostro tempo.
Lasciati rimirare ancora una volta,
che io non ho voglia di salutarti,
mentre le mie mani già ti lasciano
in questa impalpabile pena.
Dolce feconda madre,
indugio nel distacco
e inganno il mio cuore,
perché già non ci sei più.
Quello che sei ora
È il brillìo della memoria.

Terra di Siena

Una manciata di terra senese
rammendava gli attimi,
merletti d’ombre
in amaro disincanto.
Soave
pulsavi
nel glaciale epilogo
d’aride armonie
a fiato.
Le torbide mani
accompagnavano
il lento
fluido distacco
verso mari
incastonati.
Alla deriva islandese
un pianoforte
carezzò
le vibranti corde
del dolore,
il pallore di un canto
selvatico.
Assopita in accordi di fiele
brulicante di vita,
ai piedi di pendici
maestose
e duri profili
dall’estro nostalgico.
Un sibilo
dai toni pastello
sollevava
briciole d’Oceano,
ad occhi chiusi
per udire l’eco
d’un battito di volo.

Sussulti all’aria

Fu nel torpore notturno

acerbo

di sguardi non consumati

che risaliva incessante

la gru celeste.

Fioccava oscurità

patinata

di strade interrotte,

sbiadita la via

da soffi taglienti

e rantolii raggelanti.

Tundre di cristalli

permeavano nelle radici

inquiete,

le ragioni delle labbra

accennavano alterità.

Donna, perdute le divinità

senza terre da rimpiangere,

venne a cadere l’ultimo bagaglio.

Senza ritorno.

Ebbe la vana pretesa

di fermare il progredire,

implorando l’ultima

vetta, sillabe struggenti.

Ancora istanti,

infine solinghe destinazioni

e mutevole tacere.

Anni a venire.

Dolci moine

dal letal errare,

lasciaron le mani

assaporandone il mare.

Country-less , state-less , Loch-ness

Un petalo di commozione

risaliva gli argini

tornando sabbia

catturata tra le mani,

alla fonte

di cui si osa tacere

e si suole mormorare.

Crocevia di frammenti spezzati,

sipari e proscenio in attesa

di atti muti e ciechi,

rimase un’insolita

pace smunta di fragore

sopra pietre di turbolenze.

 

Oltre il fogliame solingo

delle ottobrate romane

non si destò che suon di lira,

alle pendici di larici

che stringono proteggendo

minute segrete e altipiani

spolverati di lucente sfolgorìo.

Ragion s’invoca per un cammino.

 

Cadenzavano i passi

per fiorire in nuovi aliti di terra

e fazzoletti da lanciare

in aeroplani di speranze,

di nuove spoglie

nettare letale

e sic dolce succo

di mirabilia.

Ritrovai le lentiggini

e il mare che non conobbe fatica,

ceruleo d’infanzia

perduta o rubata.

Ancora sovente

che fu del brutal battito

che perturba,

nebbia d’Oltralpe

quel che resta

su carboni sfuocati

e già umidi.

 

Un lilium corre nel vento.

Sopravviventi

L’aurora vegliava

sulla carcassa accatastata

di nerofumo,

un fulgido offuscamento

pietrificato.

Lamelle perturbanti

solevano ticchettare

in lontananza,

fra latrati

di anime che mai fecero ritorno

per vil boschi

e torrenti disertati.

Arse il tiepido inganno

brandendo

nauseabonde pretese

di mutilati sensi,

truci vendette,

opprimenti tracciati,

vette d’onniscienti violenze

pari alla via dei predoni

ove strozzano, schiamazzano,

defecano nell’intelletto.

In una morbida chioma

di terra ed edera

rimiravo l’amabile assente,

vani raggi della notte

che confondevano attese

sospese e veglie protese,

tra poco i contorni

avrebbero abbracciato

il cupo fondale

per dar spazio al chiassoso

indefinito.

 

Ancora poche notti

di turpe angoscia

ormai lasciata la strada

del tenero soffio di lume,

a sopraggiungere

la spietata cortina

dell’inverno

l’umana follia

pretestuosa sopravvivenza,

per scrollarsi di dosso

l’amorevole paradosso,

oh sì dolce fra le utopie

averti tenuto

fra le mani tremule, indecise,

un anno intero.

 

Non s’udiron ragioni.

Sobri di falso amor

Di minutezza terrena

promesse mortali

spogliate al cospetto divino,

lasciando una manciata

di puerili letali fogli

mal riposti

alla vista torbida,

ove attanaglia

la morsa del’industrioso

chiaroscuro metallico,

pretesa d’un uomo ridicolo.

 

Lenii il potere

di non poter

corrispondere

a cotanta vanità.

Indecifrabile mezzaluna

s’accinge su labbra

assetate d’amor.

Fallaci vestigia

Destò

lo spietato rammarico

sul ponte

strabordante di neve

che sfioriva al disgelo.

Capelli di paglia

intrecciavano la musica,

incalzante,

di chi non smise di rivestire

le ore perdute

in assenze

che permangono

e svuotano le radure

di senno e opulenze.

Le costellazioni domate

non erano più impresse

ma sgretolate,

oramai fuliggine.

Giorni a seguire

fra sguardi non ricambiati,

dalla brace

ombre nere

patinate

di smorfie velenose.

Fu tra il rosseggiare

e il metallico crepuscolo

che proseguì

il fatal cammino,

in mente

il lago in fiore

e la calma rigogliosa

dell’acqua

che risaltava

di papere e cigni,

esuli anch’essi,

panchine giallognole

e viali spaziosi,

passi ampi

in gabbie velate.

 

Tenevano la mano

gli assordanti silenzi

in cima al sospiro

di un cortile.

Avvolsi ripetute speranze

a dilemmi in carta di riso,

scrutando insaziabile

i volti stranieri,

un tempo familiari,

rughe che parlano

di agrumeti secchi

e ville diroccate.

 

 

L’aggravio dell’oblìo

Illuminante monotonia

perseverava

folgorata dalle cesoie

del sicario combattuto

se recidere cranio

o abbandono estatico,

abietti di gran lunga

per il taglio

di ali fulgide

e perlescenti

seriale.

S’accingeva

allo spietato rituale

inquadrando la Donna

in alveari di cristallo,

ahi che turpe paesaggio

poter sfiorar la libertà,

e grate arruginite

da torpido candore.

 

In costante sevizia dorata

il Mite ardore

non ebbe che

mani legate

e pensieri scoscesi,

soffusi fra gli astri,

ma di tutti gli umori

spezzati

il lontano ricordo

di chi amò

straziava le albe

soggiocanti

assopendo il velato

fiore della gioventù

tra affanni

e logoranti inganni.

 

Tu che mai mi fosti

di peso,

di te porto il fardello

di non viverti.

 

 

Fruscìi d’emozioni

Puntini saltellanti,

ebbri di squisitezze

marmoree

e vicissitudini d’acqua,

il sole balenava

gli ultimi indecisi

sobbalzi nascosti,

sospeso dietro

croci in ferro

e palazzi della diplomazia.

Un negligente susseguirsi

di vibranti embrioni

e pietre consacrate

ad antichi amori,

che giacciono

inabissati tra anemoni

e alghe stropicciate.

 

Occhi curiosi sovente

sul fianco dello scrittore

che rischiara

dì senza storia,

coniando sigilli

di forgiate carezze

e triviali apparizioni,

votate al fruscio primaverile

dei prati lievemente stemperati

del grande Nord.

L’irriverente cinguettìo

riponeva i vecchi

irrazionali dissapori

belligeranti

nel doveroso ripostiglio,

soffitte polverose

e formiche dedite

al grande incarico ripetitivo.

E immersa

negli scrittoi delle possibilità

che fluirono,

scandirono nuovi ticchettìi

e ruscelli tormentati.

 

Spezzate le radici

del fato,

in direzione della prua

la notte assopita,

congolante,

d’incanti le nuove rotte.

Oh Navigante

senza amor che attende,

la scia che porti

d’uomo e nuove stelle

sottintende.

Una puntina nel capitello dorico

Sulle rive delle Colonne propizie

l’uomo

si desta e solleva,

conscio del mutevole

silente viaggio

nel sapere.

Una sola punta tonda

serve i petali

del suggellato dovere,

Essere e Sia,

tumuli interrati

fra scheletri

privi di degna sepoltura

e memorie profanate,

edulcorati corpi

in ritmato perenne

procinto,

assetati di vita

e morenti taciuti.

Le schiene ripiegano

su se stesse,

le mani capienti

raccolgono terra,

nulla,

sino al giorno

delle rivelazioni,

in cui le certezze

periscono

valendo una vita.

Di qui truppe evase in marcia

verso la terra degli Ori,

dal Capo nord

raggelano

vecchie albe premature,

permane una patria

o un destino

che accompagneranno al macello

il primitivo Uomo,

ansimante, soffocato,

appagato da nuove

metafore scadenti.

Coniati nuovi termini,

i tracciati del conio schiacciano

le persone

e destituiscono il tempo

della natura,

calpestandola nel respiro.

 

Ancora mari agitati

d’immaterialità

che fasciano e legano,

annebbiano le viste

dei naviganti compiaciuti,

tra coccarde

e case fatiscenti.

Là dove la brace brillava

sotto le stelle dell’universo.

Nudi colori

Accosta i tuoi esili

respiri

sul mio petto dolorante,

guardandoci dalla pressante fatica

di una vecchia menzogna.

Dai tuoi avventurosi

cimeli d’aria

accenderò lampioni

su rime infuocate

e voglie illibate.

Lasciami una volta ancora

le tue dita,

schiudendo in passi stretti

la pioggia

delle notti di sete nude e preziose

e inconfessabili vittorie.

Sguardi supini,

selvatici umori

oltre la siepe.

La giustizia del Mare

Mare,

quale giustizia professi

risucchiando carcasse di galeoni,

carni saccheggiate

ai tramonti d’Ovest.

La veemenza

spazzò solerte

vividi giacigli

e balaustre portanti,

reggimenti orfani

e miracoli perduti.

 

Oh mare,

s’arrese la sorte di soppiatto,

la conoscenza lenì le pene umane

e scaraventò verso Nord

attimi di fugace estasi,

infrangendo pretestuosità,

eroiche presunzioni

dirette su aguzze scogliere.

Riconobbe la minutezza

la gabbianella,

scossa,

dalla umida nuvola di salsedine,

fuliggine insormontabile,

fedele compagna errante.

 

Avvolse e richiamò

marinai sparuti

che di abissi non poteron

risalire i mari freddi.

Invano sulle sponde

porgeron

ossequiose concessioni floreali,

secche di stagioni,

d’inquietitudini non fecero

ritorno.

Cover your wrinkles, find out the dust

Instancabili facezie

umori lignei

in orari di giacenze

prive di fondamento,

si lasciava rimirare

il fondale delle suppliche

rivoltose

e raggelanti rinunce,

purchè non lo si profetizzi

impropriamente

con i toni malconci

delle disgrazie d’amore.

Ahi.

 

Crepe lussureggianti

di cime rigogliose

dove albeggiava

la speranza di svanire,

della stessa mortal natura

di una nota stridula

incessantemente convergeva

su pregiate corde

ridondanti,

sinfonie distolte

d’intromissioni

dalle goffe cadenze.

Strazi arrecati,

passi di terra bruciata

e grida d’orrore,

lagune d’odio

e baie d’astio.

 

Naufraghi d’epoche

indolenti

tra paludi melmose,

il vascello impantanato

si arenò inesorabilmente

dileguandosi nelle aride pozze,

denso di nostalgia

caricava corpi predestinati,

vite tatuate,

menzogne farfugliate

e per nulla concesse.

La fioritura del niente

che soggiace

si protrasse

sino ad estinzione

del racconto errabondo.

Mancammo di vanità meschina

nel ricamo di fantasiosi inganni

in vendita,

dall’inerzia offuscata

furon bagliori, lampi,

voce del magma primordiale

laddove crebbe il tutto

che tace.

Infine.

 

Le labbra incandescenti

sfiorarono le rughe

in un morbido ricordo.

#mercanti-del-nulla

Tra le rime stropicciate

si sollevava il bagliore

di bluastre e violacee

protuberanze,

colavan pietre

d’avorio

odore plastico

di notti

alla penombra di riluttanti

abomini,

secondi tolti

alla lucida follia.

 

In vistoso pellame

baldanzoso

il rifiuto permaneva

nelle più radicate convinzioni

ottenebrate dal cappio

seducente e proporzionato,

un vecchio stanco

dimenticato mondo

pretendeva

di strisciare

ai piedi degli spiriti

per catturarne

la folgorante alchimia.

 

Gli osceni arcani

sputacchiavano

rimorsi

d’un tacito vissuto,

sebbene molesti

una realtà

contrapposta

soppesava

l’irraggiungibile, terso,

di cui si doveva

aver premura

e dominanza.

 

Eravamo non-vivi,

i sensi

perverse maschere

e i fili solo una cometa

sulle volute dell’indeterminabilità,

un cielo stellato

d’incubi mozzafiato,

ecco l’impeccabile

sinusoide frastornante

a solcare

la banale paralizzante fine.

Di che libertà morire,

di che morte vivere,

minuti nel confine

tracciato,

il prezzo per non essere liberi,

la differenza demotivante

tra il gesso e il torrente.

#wreckage-1

Le pietre calzanti

di carovane

in viaggio

sottindendevano

la variabile piovana

d’intersezione soffiata

fra i rovi

agitati di Grecale,

roccaforte in battere e levare

dei nostri solstizi magmatici.

 

Crespature rifrangevano

lo scrigno di un volto,

sale che leviga

le bruciature

sollevate dallo spruzzo

d’eterno fiorir,

sbiadita sensazione di menta

accatastata

tra le facezie del sospinto

assente.

 

Frattanto un frastuono

di memoria a guazzo

intarsiata

dimorò

sull’insipida recinzione

ove solevo volgere

il respiro filtrato

nelle interminabili ore

di luce soffusa.

 

Impossibilitata da catene

di futilità

mirai l’angolazione complice

impressa su alte pareti,

sino all’istante rappreso

d’inquietitudini lignee,

pressante esposizione lunare

o convinzione di travagliate

appartenenze,

sedando il coraggio

su pallide flebili

speranze,

rimase l’irraggiungibile verità

schiacciata da volatili

illusorie moribonde

menzogne

giunte nei luoghi del non senso.

Fantasmi.

#cordage-1

Purpuree nottate

al pallore gitano

dieresis alati

di ricerche speziate,

sconsiderati

abbeverammo

le membra assopite

arrestandoci

alle origini della sorgente

di vita

per lenire le virtù

indifese.

 

Di soppiatto le radure

colmarono

la tempesta in agguato,

le ombre sul giaciglio

lievitarono in plumbei

riverberi d’acciaio

e stretto cordame

per non incomodare

la dipartita della libertà,

svenevoli chiazze

d’ossessionate remore

composte

in discrezioni recintate.

 

Il tempo rese

le verità convergenti

al confine dei cieli

ove la condensa

sulle vele dei sensi

risaliva

espandendosi fittamente

in fumose opacità,

esortasti incalzando

l’andatura trascinata

svuotata dello slancio

fecondo,

scariche elettromagnetiche

terse rumoreggianti

sulle labbra,

dove l’innocenza

prende coraggio

e s’ammala d’amor.

#wildness-1

Orizzonti e fate morgane,

il focolare ammutolito

di cieli lacerati

ebbri di circumnavigazioni

ritratte

aldilà di motivetti

concitati.

Un mosaico vitreo

d’interdetti vascelli

tra ciocche pensanti arruffate,

l’emblematico siffatto

sonno di polvere argenteo

su riflessi

di letti frastagliati,

il caro prezzo dell’Oceano

che raggiunge,

sopraffà gli arguti limbi,

sconfinate maree

derive e maestose onde,

diletto di delfini giocosi

su adagi pentagrammati

di pinnate euforie

ammiccanti,

ultima roccaforte

di fanciullesche declinazioni.

 

Etere in sublimazione,

risalendo le sponde

dell’ombelico dal magma,

filtrano striduli rami

ai primordi della fugacità

tra becchi variopinti

e foglie miracolose,

fintanto luce accechi

l’oblìo dell’alchemica

immanenza,

una rosa dei venti e un sospiro

tra minute di dita

per non averti.

 

Amor ti seppi,

tan libero e spinoso

che ti lasciai

il più bel dono,

lì imperturbabile

fra Orione e Antares

all’incrocio delle vie maestre

crocevia di naviganti e amanti

che a tarde ore

pregano le distanze

e soverchiano le memorie

d’unghie implacabili

a fior di pelle.

Seguirmi tra filati d’aquiloni

nell’onirico viaggio

dal bizzarro unisono,

levigato su lenzuola

di cera in pioggia di fiammelle

e petali, ancor petali d’Oriente

su vivide indecisioni inafferrabili,

fra milioni di volti

le perdute emozioni.

Corri, Lupo.

#the-lover-2

Frontiere,

rimembranze su fianchi stagionati

di docili speranze

che andavano custodite

tra polvere arrugginita

e torpidi silenzi ghiacciati.

Terre,

udiste la voce accorata

di bimbi divorati

da turpe virulenta noncuranza,

dita intrise di ghiande fanghi

sul petto di chi morse

transitorie spoglie.

Sebbene mai comprendemmo.

 

Il crepuscolo voltò

i suoi raggi intarsiati

di bagliori e avori

in lune bluette,

supina ammiccante

la riva inghiottiva

l’oscurità patinata

di libellule intermittenti.

 

Atterrava sconsolata

la certezza delle stridenti

note proferite

a labbra serrate,

natura impertinente

selvatici occhi di mare

in tempesta,

impetuose rovine

tra suggestivi tramonti infuocati

d’insaziati tormenti

inesplicati.

 

Caparbio tenero riflesso

increspato gioiva

di moine lacustri,

pregai piume e nubi

al desio

sull’ingresso

di rami muschiati

e sottobosco levato

di goccioline e umori

pralinati,

acre mistura di riserva

e immensi spiriti

che scioglievano i nodi

del sacro fuoco

nell’ultimo fluttuante

sospeso fiato

di scintilla

in ascensione verso l’aere.

Fiocchi adagio

di bianco candore.

#the-lover-1

Il pendolo scandì

il rapido effluvio

di carni tremule,

oscillando scoscese

inermi sequenze

di scuri timori.

Oscenità

rese Libeccio,

di volo mi librai

in prismatiche rifrazioni

dello spirito,

ramoscelli soffiati

in varianti arcobaleno,

assaggi di pretenziose

amarene caramellate.

Leggiadra erezione

la veste sfiorò

le radure

di cardi e spini,

l’ombra soggiase

di proverbiali

crepe d’aria,

nel mentre

la mano aleggiava

di libertà perentoria

sedotta da praterie

pistilli inebrianti l’incanto

più puro.

 

Macchie di limone,

arance sul soffitto vagabondo,

sorriso spatolato di noi.

Cuore mio,

soffocai di fulgida

ammirazione

il tuo sapore zuccherino

dal nero distillato

dell’asincrono diapason

che interruppe

il peregrinar di miele

verso l’oblìo di seta,

Calipso agitò

i cieli e i mari dei naviganti.

Fu vita

e violette di Parma.