Visual Alchemy

Maria Chiara Fagioli
Stilograficamente

#the-lover-1

Il pendolo scandì

il rapido effluvio

di carni tremule,

oscillando scoscese

inermi sequenze

di scuri timori.

Oscenità

rese Libeccio,

di volo mi librai

in prismatiche rifrazioni

dello spirito,

ramoscelli soffiati

in varianti arcobaleno,

assaggi di pretenziose

amarene caramellate.

Leggiadra erezione

la veste sfiorò

le radure

di cardi e spini,

l’ombra soggiase

di proverbiali

crepe d’aria,

nel mentre

la mano aleggiava

di libertà perentoria

sedotta da praterie

pistilli inebrianti l’incanto

più puro.

 

Macchie di limone,

arance sul soffitto vagabondo,

sorriso spatolato di noi.

Cuore mio,

soffocai di fulgida

ammirazione

il tuo sapore zuccherino

dal nero distillato

dell’asincrono diapason

che interruppe

il peregrinar di miele

verso l’oblìo di seta,

Calipso agitò

i cieli e i mari dei naviganti.

Fu vita

e violette di Parma.

#can-a-soul-cry-1

Briose soffici malinconie di aghi di pino,

misteriosi fili

rammendavano

viottoli incorniciati

da carezzevoli premure.

Voluttuosi sguardi

di melograni

e striature di tensioni emotive

malconci,

negli abissi

del solerte muto volo

soleggiava la tua ombra,

imperiale

e planare,

furon grida di giustizia

e libertà

le fiamme ardevan

rivolgendo pilastri

di pietre dure,

spazzando timori

indegni

di sì pretestuose

infinitesimali

frivolezze.

 

Attesi e disattesi

il tuo volger

alla fermata,

i brillii delle albe

invernali

cristallizzavan

i baci degli amanti,

divisi,

susseguiron

lucenti patine

su retine di ghiaccio,

l’imperversare di mari d’Oriente.

 

Le foglie sibilavan

di nuovi inverni.

#thewindtoldme-3

Una porta socchiusa

timidamente fra ginestre

e dirimpetto

il tuo languido motivetto,

d’un tempo labile

adagio il maestrale

tornava a ululare

al disopra

di rose recise

in notturne

deprivazioni.

Tenue indeterminatezza

sciolta in un silenzio

raccolto,

potevo sussurrare

di un’impenetrabile

appartenenza

staccata da inventati

possessi tormentanti,

mia luce illibata

che volteggia

d’intelletto

e alchemiche

frammentazioni

d’iride.

 

Il divenire

formava il consueto

nel peregrinare

trepidante,

all’opposto

conservavo

la fronte

e il brillìo sfolgorante

di vita,

che soggiogava

e trasportava

i segni degli intrecci

in spietati solfeggi,

paralisi di cieli

albini infuocati.

 

Delizia caduca,

stancamente chinata

annodavo

infrangibili abbagli

in una folla

sorda di tenerezza,

la mancanza riempì

con fine slancio

l’infinito.

Uomo di cui nulla seppi,

ventaglio di vastità

su effimera bellezza

d’enigmi

rossi vivi

e accento mediterraneo.

#thewindtoldme-2

Sulla scia

di contorni proibiti

immersi in simboliche

frequentazioni ardite,

mi dilettavo

in inquietudini

dense del tuo respiro

d’agrumi.

Persino le forme

tentarono

il fatal sìbilo,

briglie da cui

irridono

labili verità

per restituire

il profondo riflesso

al provvisorio.

 

Proseguii assottigliata

da una miriade

di presupposti concitati,

velature scostanti

nelle colline

impregnate

di luce diafana,

oh prediletto

che sa prendersi

grazia.

Al grande incontro

con il passato,

l’invisibile

si diede al visibile,

folgorato da ossequiosa

monumentalità,

d’aberrazioni

anguste

una zolletta

intimamente

diffondeva

sottili curve

alla tazza da té.

 

Tetti indaco

che staccano

dall’antica voce

del mare meridionale cobalto

e fogliame pezzato di rubino,

dialogavano

con l’immagine fluttuante

d’atavica purezza,

rannicchiata nei nostri ricordi.

#thewindtoldme-1

Si disse di lui

che l’avesse cercata

sull’uscio di un ricordo

ostinato,

aggrappato alle notti

che toglievano

autorità alla luce.

Lei ascoltò confusa

il segno sul cuore

saldo nei giorni

che si susseguivano,

insistente il suono

del nome dell’amato.

Smarrì i contorni

incontenibili

delle armoniose sensazioni

in un dignitoso contegno

struggente,

di sibilante speranza

si vestì nelle albe

amare

per far ritorno

all’inafferrabile.

 

Su candida innocenza

il destino consumava

il duro disincanto

lasciando insorgere una patina

salata che scivolava

verso gli abissi.

Una scelta avrebbe

seccato i germogli

del misterioso

oltreoceano,

la dannazione

dell’amor sacro.

Intrecciò i nodi

erranti dell’eternità,

l’infinito si destò

in un vortice perpetuo

di carte e parole

ricostruite distrattamente,

ahi per mia natura

febbrile

l’eresia vivente

fino all’estrema linfa

di cui caricheremo

l’attesa sovraesposta

tra vapori incalzanti.

Sino a risalire

la superficie

dell’illusorio,

astratta indeterminazione

di uno spirito

che brucia.

#impossiblepyramids-3

Ai quattro angoli

del mondo

conducevamo

l’ingresso

in stazione,

liberati

da prepotenti

imballaggi a seguito.

Mi voltai

apprezzando

l’incarnato

ondulato

intensamente familiare,

sorse sensibilmente

la sete di acque

preziose

da labbra

incandescenti,

vivo splendore

di spontanea sacralità.

 

Indugi pacati

su accentuati

contrasti,

perdonasti

l’amore arresosi

ad orribili costumi

sedendoti

di beatitudine

indecente.

Un mazzo di corolle di fiori

gettato in pasto

al molo di un tramonto

d’autunno,

abiti distanti arruffati

e le corse

sotto grandi cieli

tormentati

da nuvole placide.

Veli nudi di colore

richiamavano

i versi abbozzati

di luce filtrata

su fogliame boschivo,

pronunciando ombre

spinose

e vivaci odori di muschi.

 

Una brezza di canto

ricca d’enigmi,

sfoglio le tue carni,

impressioni posate

tra le dita

avvolte d’amor.

#impossiblepyramids-2

Ricostruire su macigni,

tegole distolte

da una rancorosa gramigna

e strabilianti sevizie,

adagio il soave suono

di un’arpa

allietava orchi e fauci,

distesa il cielo navigava

nei bluette e bianchi

succulenti,

luce da Oriente

per scaldare

grecali d’autunno.

 

S’interruppe perfino

il profumo degli ingranaggi,

note perse a stordire

i tratti dell’onnisciente

sagoma incorporea

al proprio fianco,

guglie nell’etere

dell’inconsistente illusione

più dolorosa

di una pudica rivelazione.

 

Steli d’erba,

assenze bisbigliate,

sorbetti di solstizio.

#impossiblepyramids-1

Il pensiero su una soffitta,

l’antico richiamo

inondava il ciclo

del fecondo Nilo

su sacri inizi

veleggiati

attorno a rinascite

cosmiche.

Assordanti Soli

imprimevano il nuovo credo

geometrico,

inspiegabili assenze

sopravvivevano immortali,

grande amore mio

destinato al ghiaccio dell’oblìo.

 

Discese la notte

traslucida

con le sue venature bianche

maestose e cadenti,

colme di desideri

scanditi sulle labbra,

sfavillanti allusioni divine.

 

E’ tempo

d’ali evocate

allora contenute

in vasi di calcare,

protette

da meteore violacee

catturandone

la natura del fiele.

 

Vola, il cuore degli dèi è in pace.

#liveness-3

Ti persi nel corso

bizzarro

accennato di sanguigna

e grafite,

solitario amore

nel vagabondo

immaginario

affollato di stelle

e disgiunzioni

dolenti di materia

artefatta,

azzurra corallo bianca.

Inconsuete passioni

di perfette composizioni,

il tramonto ci avvolse

sorretto da iperboli

mancate

e dita sfiorate,

vigliacche.

 

Eleganza in punta di piedi,

campeggiava una velata

coscienza spirituale

carica

d’abbandoni

trascinati su vetri

e fragole,

noi intenti a dimenticare

dell’avidità

priva di contenuti.

 

Rimase polvere.

 

Amanti del mare

in pose cesellate,

transitorie imperfezioni

levigate in allusioni,

carnali,

quasi scompare

la cicatrice

agonizzante

di cupe verità

trasformate

in puro amore,

minute cornici

intessute di macchie

di colore

fra la pioggia d’ori

al tatto vellutata.

 

Il non finito nell’infinito,

disattende il nuovo giorno rifinito.

Familiare garbo cinse

la tua lucente ombra.

#liveness-2

Un motivetto celato

nei modi canticchiati

su fil di raso

genuinamente tagliente,

una muta radice

sublimata

in profondità oceaniche

e singhiozzi fluidi,

inattesi,

gelati,

pudica rivelazione

d’intime pregustazioni.

Ci lasciammo

modellare dal tempo

del piacere,

sulle rive di bagliori

nelle vesti di vie

corrose dalla memoria

latente

in pianti di carta.

 

Chi va chi torna.

 

Si posò il fragile

pensiero di delizie

mentre accompagnava

la penombra

di un suonatore di flauto.

Tenero idillio

cosparso d’intrighi

finemente coperti

da edera conturbata,

estreme passioni

s’avvicina

il lirico caos

dorato di luce,

baci inquieti

che già furon

pioggia d’autunno

e foglie rosse increspate.

 

Impalpabile tempesta

dalle ampie volte

sfumate,

intenso il tuo profumo,

ballano inesauribili

sospesi le nostre voglie,

i colori della nostra

isola

in tempi di vele

verso il largo

per nuovi porti

e mirabili fantasie,

laddove lo spirito

e la natura si riconciliano.

#elsewhere-2

Tempeste incarnate

in semplici meraviglie sottratte

da palpitanti

graffi sull’epidermide,

arcaici distillati

di sottili strati

amorosi.

Contemplandone

la dimensione

radente di una donna,

perduta.

Si offriva la forza vitale,

intima,

impregnata di controluce

nelle sue gradazioni

ampie e nude,

manifeste

di atmosfere divine

preludio

di sollecitazioni selvatiche,

si torna nelle foreste

brulicanti d’infinito

abbandonando

lugubri orizzonti

contaminati.

Di fiducia si morì

una sola volta

consumati

da sordità

e crudele futuro nero,

smorzandone i contorni

amabilmente,

scorci di pesche succulente

in un sontuoso esilio

dall’immobilismo

di una borghesia consenziente.

Spogliai la luna

delle sue spighe,

attraversandone

i silenzi per un sol

impeto

di tumide labbra.

#elsewhere-1

Lasciati ascoltare

nella pallida distesa

di un mattino d’inverno,

il fantasma steso

insondabile l’emozione

scura. Tetra.

Saperti,

privilegio rivelato

nel religioso autunno

abbozzato,

l’inferno di passioni smaterializzate

in frammenti

brandelli. Gemiti sul collo.

Nervosi volti solcati

giocavano contrastando

intimità

e sguardi sconnessi,

in disincanto ritratto,

istanti rubati

affini alla folle

maledizione

della più grande

gabbia dell’uomo

adornata dallo stesso

secondo precise leggi.

 

Nuvole dense

di soppiatto

nell’aereo accecato

dalle prime luci

fuggevolmente in partenza,

la mano nella pozza

acquatica

muta e trasfigurante

percezione e tocchi

di desideri,

allucinazioni vibranti.

Distendo il passo,

sensuali turbamenti

sfociano in respiri

dolci e incombenti,

riflessi eleganti

sulle poche ombre

di neve,

ferite sulla terra

spoglia e maltrattata.

 

L’incubo di cancellarti

stringendo fra le mani

la durezza della dissolvenza,

corona d’alloro che cinge

il volteggio del nostro libero vagar

pel mondo.

#Você-e-Eu-5

L’aereo s’innalzò celere

sulle ali della mesta sinfonia

di aquile e penne

brillanti di fagiano

cucite fra le nostre iniziali.

Pianure desertiche

intorno alle rocce

di baci sedimentati

su picchi di sterpaglie

avvolgenti, lo strazio

lacerato degli abbracci

immaginati.

Lacrime aride

in spessi vetri

appannati,

l’inerme giaciglio

a cui mai si rivolse

consolazione,

lande di violette di Parma

effervescenze di pelle.

Fosti armato

di reali tarli

e arabeschi privilegi,

il giorno trascorse

e non trovò che amor

giaciuto.

Sospiri infelici,

le ragioni della terra

strapparono petali

di luce al delicato piacere

del gentil sguardo

calato nelle solinghe tenebre

di plenilunio.

Vaporizzami di parole

dal torrido profumo

del nostro focolare,

sfiorando rossi ciuffi

in sogni familiari,

rincorrendo templi di giada

nella morsa di un insolente

trascorso.

 

Sopravviventi,

sentieri di boschi

e cicaleccio incessante,

tornanti mescolati

a peonie e iris

di eterne primavere.

 

Lasciati, sfusi

tra blocchi fogli

e incarti

da mesi incerti intoccati,

limbo cocente tortura

e occhi magnetici da chiudere a chiave.

Perdemmo il volteggio

o cosa,

sortendo lo stesso effetto.

#Você-e-Eu-4

Disposti sul piano

inclinato

la Regina avanzava

una rischiosa corsa

depistando invisibili

Alfieri.

Era una preghiera

accesa tra le labbra,

scopriva le spalle

proteggendo il mento.

Quasi volevi

avvicinare la nuca

in sorrisi di petali e grifoni alati,

dissetandoci di fiammelle

negli occhi trapelanti

di densi abissi dipinti.

 

Sul profondo mistero

del peso apparente,

si aprì una profonda voragine

pezzi irrequieti

e brucianti banalità.

 

Un rantolìo di voce

richiamò dallo stridulo

violento brivido,

penombra giallognola,

il bambino

divorato

intrecciava trame

per l’aura vetusta

dello sbiadito Re.

 

Amor o Amor proprio,

affabile complicazione. Re#.

#Você-e-Eu-3

Assordanti imbarazzi

t’inseguo con un dito

l’ennesima freccia

che sovverte e capovolge

anelli satelliti.

Laggiù l’eco delle balene

risuona selvaggio

e frivolo

splendendo d’indegna

libertà

soverchiata da orde

di ghiacci,

oltre le impensabili

lezioni di piano

prosciugate

da precetti

ben diluiti.

Verità di verità,

il prisma refrattario

ad altalenanti fughe e ritorni,

sono solo un’amante distratta

guardandoti in uno scivoloso respiro

tra abbandoni

e carte lasciate in disparte.

Che vuoi ne sappia l’amore

di confini recintati

ad alte muraglie.

Spirando il tiepido settembre

non mi vedrai

assediata e catturata,

libellule sul balcone delle atrocità

combattendo mute

altitudini

e desiderando planare

dai limiti della regressione.

 

Capriccio in La Do.

 

Simmetriche architetture

oniriche,

tremo

per l’altra metà del morso.

Inesploso.

#Você-e-Eu-2

Sorseggiando vicinanze

agrumate dai sorrisi

rovesciati in goccioline

nere e riflessi

di tetti capovolti,

sedia vacua

alla Brasileria.

La città del sole

in vortici

di cerchi fumosi.

Attendo una leggera

brezza marina,

un altro porto

elargisce garbate

rimembranze

e sfuocate rose

sciroppate

dei nostri sensi

miagolanti.

 

La sabbia assottiglia

evanescenti scenografie,

irrisorie suggestioni

l’attesa in maestosi

portali scultorei

muove i germogli

della resiliente

dose d’amor.

Coppa d’argento,

il prestigiatore

controverso

sortisce spietata

conquista

e ribelle pura

virtù,

l’estate si placa

tramontando

di smielato finale bugiardo

riflesso.

 

Andando in Si4, solingo.

#Você-e-Eu-1

Sovente gli anni impietosi

del nostro amor

marchiarono plumbei

anticieli vischiosi

d’ipocrite presenze

mascherate di timori e moine.

 

Distanti futuri possibili,

amanti e dissapori

dallo stesso insipido sapor.

Di nuovo notte

di blande speranze,

fragile quiete

dove niente più appartiene

se non il vivido

spezzarsi di solari sorsi

di sorrisi

e lacrime ad asciugare

il vento tra le dita.

 

Disagevole cappio oscuro

attorno alla vita,

oltre il confine

i mari e gli albori

gli attimi cessarono

il battito.

Le primule appassivano

un nuovo autunno

su arenili di cicli stagionali,

in dono le superflue carezze

sulla cresta dell’onda

temerario fisso lo sguardo.

Cristalli di luna rinfrancavano

la dimenticata isola

inesistente e strappata

con veemenza a

maree sbadate.

Distrattamente si lasciano

morse allo stomaco

dall’altro filo del mondo.

 

Incontrerai nuovi occhi

su cui attraversare il nettare

glaciale dell’avvolgente miracolo

brio di vita.

Lo spirito dal mantello nero depose

i giorni vibranti di calde

stelle votate a piume di speme

e note voluttuose

sospese tra melodie supine,

origine di libere sfumature

irrisolte.

 

 

29 Agosto 2009.

#despite-4

Complice il patimento

e la deviata raziocinante

ipotesi di tentativi

traballanti,

le mani ingenue

rivolte al viso sognante,

assaggiando odori

il tuo corpo racchiuso

in notti familiari.

Fu acerbo volo

posato su carezze

fanciullesche,

a coprir il rancido

ottenebrante,

un sottil rammarico

di ciclo seppiato.

A metà fra baratri scoscesi,

il garbato ritratto

della volta celeste

su in tracciato

nuove costellate perle

dinanzi sprofondati timori.

Una bussola per la rotta

e giorni modulati

a lenir l’atroce difetto

per il navigante dello spazio.

Non di stelle farciremo il nostro petto,

ma di vividi emozionanti cambiamenti,

intrecciati che si rompono

su rive caleidoscopiche.

Ahi sorte inquieta,

che donasti

oltraggioso candore

laddove scarseggiava

altra inutilità.

Costeggiando fuochi perpetui

in orari d’aperture,

il magnetismo sensazionale

accompagnava

a vita altra,

aldilà di carenze metafisiche.

Librando su deltaplani fluttuanti.

#despite-3

La corda d’armonie

dimezzava

le distanze,

trasporto divino

diretto a fianchi vanitose caviglie

e rosa rossa

tra capelli disordinati.

Incalzanti vibrazioni

altisonanti,

scrutando da tende velate

labbra che mai tentaron incendi.

I rintocchi di un campanile

invenzione di onde

di civiltà,

là sulle cime glassate,

amor mio,

ricordi i versanti?

Dove tramontava

l’esplosione incantata

di lamelle lunari,

vicissitudini d’indaco

e lillà,

verso la prima stella

della notte.

Indugerò sul capo

un fil di fiori gentili,

salutando la mia tribù,

un nodo deciso dietro la nuca

e bolle saponate intorno,

noi abitanti dei sette mari

e custodi di verità

verso sonde interplanetarie,

destinazione libertà

cantandone la bellezza.

Miss Freedom.

Onniscienza solare

in sprazzi di metamorfismo.

#despite-2

Sbuffava su rotaie

ricoperte di malva

e protette da vergini tradizioni,

il treno accompagnò

a un destino inesorabile,

qualche lieve accennato ritocco

su rovine abbandonate.

L’orologio indicava

il passaggio d’un tempo perduto,

l’edera ruggiva

sugli ingranaggi di un quadro

consunto.

Terra arida e asfalto rovente,

una salita di ricordi e affanni.

 

Si ritornava bambini,

non che lo sviluppo

abbia mai accompagnato del tutto

il cammino nel declino,

estasiante odore

di muffe, damigiane,

pietre in ombra,

ragnatele.

Strade e persone

che mai lasciaron porti sicuri,

forestiera d’aria

e isole arcane.

Di quale viaggio s’incanteranno,

Nettuno e Artemide

amanti sotto cieli stranieri

al volgersi del tempio di Giove.

Imprese d’amore,

mappe dorate e valigie blu

in periodi gelidi.

Allorché si taccia,

sorseggiando

il mare negli occhi limpidi,

di danno umano non vi fu traccia.

Il sorriso del mondo

porgendo la mano.

Vite di frontiera.