Visual Alchemy

Maria Chiara Fagioli
Stilograficamente

Diario di un viaggio chiamato vita

Solitudini .. circondano, divertono. Reattiva, e l’assenza diviene virtù, distorsione privata.

Una decisione poi cosa é: stare con l’essere. Si chiudono gli occhi per godere mondi immaginari

e fantasie imprevedibili. La testa é leggera, nè una preoccupazione o ricorsi maturi.

Razionalità distante calcolata .. quasi debba appartenere ad una

piccola scatola chiusa, la non appartenenza stimata.

Mi affaccio sul mondo: luce in dono piacevolmente soffusa su azzurri colori abbondanti,

a sfumare l’orizzonte sconfinato. Una fantasia che riesce a stabilizzare gradienti oramai perduti.

Il quotidiano potrebbe essere di facilità tediosa, troppo per chi solerte vaga per profondi Oceani.

Non sono che flussi di vita nelle minuscole arterie, respiro che lentamente leva brezza

sul volto rilassato. Alzarsi per camminare, oltre la staccionata mi attenda il sobrio e cortese Mar

Tirreno. Ad un passo dal cielo, verso verso l’orizzonte inesauribile, verso pescosi mari

perduti mai dimenticati .. Mai più lacrime, non una cicatrice viva, diritta verso la sospensione eterna

di istanti di fulgide scintille, fuoco di un vissuto, ferma speranza.

Immagine 1

Incontro un gabbiano: passato e futuro s’intersecano davanti gli occhi di donna

ridenti, in quel limbo d’immensità che rende ogni uomo così minuto ed infinitesimale

che .. rido scioccamente poiché divinità mica siam.

Qualcuno richiama la mia attenzione, l’atteso momento di magia e accordi sospesi, se

vi fosse una melodia sarebbe in quarta, il quadro é completo per lo scatto.

Trascendentale, spirito e lucidità. Saluto il gabbiano, non crede sia una buona idea

cimentarsi oltre il conoscibile, qualcuno ci lasciò le penne. La terra é quel punto fissato

nella sua testa, poi per seguire chi?

Soppraggiunge con dolce malinconia il crepuscolo, l’oscurità cela la ricerca di una brillìo

che s’attenderà, non posso arrestarmi proprio ora signor gabbiano, non ti odo più fossi stato

risucchiato dalla tua stessa abitudine? Sorriso sussultato per la stravagante biologia di

uno sguardo supplichevole proiettato verso l’orizzonte relativo, per chi di ali ne ha per

volare. Che un limite irrilevante sia il volo.

Lasciamoci sopraffare dal microcosmo vegetale di un campo. Credo di aver perduto questo

istinto di florida vita terrestre, posso solo udire suoni di parole che si perdono nella guerra

dei venti. Rose arse vive. Ora una nuvola dà riflessi lucenti e grida di un nuovo giorno, continuo

il mio volo alla volta di un Samurai, intento nei suoi costrutti mentali.

Mi aspettava.

Allora vuol dire che la direzione é possibile. Ma quando posso fermarmi? So dove andare,

ma é complicato non ..

La guerra non ammette pace se non alla fine. Cosa é poi la fine, una meta o cosa. Saprei

consigliarti pazienza e ne vincerai in esperienza. La curiosità va alimentata. E può diventare

crudeltà.

Il sole sta tramontando e lassù c’é una cima apparentemente inaccessibilie. La

visuale sarà sicuramente diversa e potrò raggiugere il sole. Perché non vieni? Sei forse

anche tu un gabbiano? Ondeggio fra dubbi, fine e meta non coincidono?

Non sono un guerriero, ma un detentore di principi.

Pace, rassegnazione, adattamento?

Ognuno d’altronde ha o è.

Faccio cenno. Vorrà una stretta di mano in fondo? Già mi sarebbe mancato. Mi volto e

vado in direzione del monte innevato, lilla indaco e celeste giacenti sopra una glassa bianca.

Attrazione magnetica, alle spalle di dolori silenziosi che rigano il volto del Samurai in un

passato ormai privo di suono e tempo.

La cima è il colore del suono, improvvisamente un eco mi carezza di racconti spezzati.

Dalla tasca dei pantaloni esce una foto, quasi a voler curiosare anche lei:

Guincho. Mi aspetta, si sta facendo tardi, e rigenerata ripiego. In un sol istante

il sole ha un volto nitido. Avevo sempre immaginato la realtà. Non svegliatemi.

Oggi ho realizzato un sogno. Alle spalle l’Oceano, di nobile semplicità.

Storia di un amore rubato

IMG_2007

– Rimandi o rimanere –
Mai dividere due amanti:
è peccato mortale.

Tornerai?

Fiocchi di neve sospesi docilmente avvolgevano di silenzi ripidi e cristallizzati i due amanti, da cornice la caffetteria che svogliatamente accompagnava le insegne fluorescenti della vallata isolata.

Racchiuse le sue mani in un soffio di bacio, decise di volteggiare sopra le righe di una risposta incerta. Il dubbio fu ghiaccio.

Sospirò il viaggio di sola andata.

Sì.

La nuca già scorreva distanze che risuonavano di vento, ore, anni, e il vento dietro sè lasciava torbide foschie di memoria. Un macigno li rivestiva di letargica pressione e si convinse che nel  fondo la ragione avrebbe trovato una chiave immortale, anzichè sospendersi in un quotidiano sgretolarsi d’argilla.

Cominciavano ad affacciarsi inquietitudini rumorose, dopodichè voltò le spalle alla terra dove in punta di piedi lasciò impronte di bosco. Volti gentili, lepri e scoiattoli, marmotte e un dolce segreto, dinnanzi un volo dalle piume nere e lame che falciavano la preziosa speranza.

Il regno dell’oltretomba impartiva scelte di vanità.

Le ore dipanavano giorni fra dogane e bagagli da tener d’occhio, gli scali svuotavano la mente ripiegata su insonni distrazioni, l’ultimo imbarco appesantiva gli occhi costipati e lo stomaco serrato di affilati malumori.

Cecile tentò il riposo su di una precaria sedia, gli affanni si moltiplicavano e optò per un pasto leggero a base di verdure e frutta, placando i sensi vacillanti e una nausea densa d’inferni ritrovati.

Mai fu tanto sofferto il ritorno nelle lande tremolanti di disagi che s’inerpicavano in apnea fra la polvere. Fu allora che dimenticò dove fosse la sua vera casa. Improvvisamente rovistò nel suo matrimonio a rotoli, una dimora d’infanzia, o dove non poteva rimanere. Ripose le giornate di miele e cannella all’interno di una credenza ornata di pregiate tessere in giada bianca, e di tanto in tanto respirava nell’oscurità l’amara roccaforte dell’inafferrabile impermanenza di odori. Vedute muschiate condite di promesse acerbe gridavano nel petto, e rivoli di seta e sale solcavano i duri lineamenti del volto della realtà, effluvi velati di umanità. Rifletteva sulle pozzanghere i grattacieli capovolti nelle giornate di pioggia, e d’incanto perse in sè qualsiasi senso d’appartenenza a luoghi e facce immutabili, la sua testa vacillava nuovamente tra analisi e distorsioni. I mesi a seguire congelarono un impassibile distacco , radicalizzando la spietatezza di canti sommessi e irrazionali desideri.

Cecile! Cecile!

Riconobbe il taglio di voce che proveniva dal parapetto trasparente dell’aeroporto, stava per varcare la soglia in cui la civiltà riprende il suo ritmo ossessivo. Quanti amori negli aeroporti, quante chimere distrutte nelle dogane!, sbuffava. Un’onda anomala era in procinto d’inghiottirla. Con l’ultimo aereo sfumò l’ultimo domicilio, tra i boschi e le grandi strade della contemporaneità che sfociavano nel lago delle due Americhe, lato canadese.

Vite traghettate al macello, una via lastricata di spine portava verso il grande cancello dell’indolenza e anarchica decadenza. Cecile esalò l’ultima supplica di libertà.

I.

Dalle fessure districavano i primi raggi di vita, una luce carica risvegliava pigramente Cecile da una notte di peregrinazioni agitate.

Nel metrò si scambiarono un talloncino di carta spesso e da lì a poco sarebbero riusciti a rivedersi. Arthur era un uomo visibilmente intelligente, sembravano conoscersi da tempo sebbene il loro primo scambio di sguardi fu un incontro tra orsi selvatici ben consci del proprio territorio da difendere.

Cecile portava con sè sempre una bottiglia di buon caos, in bilico tra i brividi del presente e le stelle mirabolanti del futuro, un’aria rarefatta di emozioni latenti e uragani in procinto di esplodere. Fu uno scontro tra sottili graffi intellettuali sottopelle, una brezza tiepida nelle sconfinate tundre del nord.

Tratteneva parole fra i denti serrati ponendo un gentile distacco, memore delle disgrazie di menti deboli che calpestano violette autunnali impregnate di aromi.

Lisbon Story

 

IL PRIMO PENSIERO PER MINUSCOLI OCEANI….
Il sole riscalda l’idea.

 

 

Penso, nella nuda irresponsabilità di un cucciolo di essere umano che gioca con la sua stessa saliva.

Strani fumetti si aggirano nelle strade di Lisbona…. vele laminate scultoree in procinto di dimezzare malcapitate autovetture passanti di lí.

 

 

Il viaggio come un sogno di immagini fluide, tra mare e cielo, la prua come un metronomo che sale e scende, l’altalena dell’onda, l’orizzonte ipnotico.

 

“Qui il mare finisce e la terra comincia….”

“Qui, dove il mare é finito e la terra attende”

Domande passate che a suo tempo non avevano trovato altro che il silenzio…

DOVE,
PERCHÉ

“Saggio é colui che si contenta dello spettacolo del mondo”

Un bambino che, dal silenzio, dev’essere portoghese….
perché si addormentasse in fretta gli hanno promesso un’altra favola.Nulla di valore, solo cose care, lettere fotografie.Noi, esseri umani, siamo cosí, sentiamo tutto contemporaneamente.

Lei é stata la mia umile ultima dimora….

“Ricardo Reis si sorprende di non riconoscere in sé alcun sentimento, forse é questo il destino, sapere quello che succederá, sapere che non c’é nulla che lo possa evitare, e restarsene tranquilli, a guardare, come semplici spettatori dello spettacolo del mondo, e intanto immaginare che questo sará anche il nostro ultimo sguardo, perché insieme al mondo finiremo.”

Un uomo quando sbarca dall’Oceano, é come un bambino.

“Due parole sul suo passaggio su questa terra, per lui bastano due parole, o nessuna, sará preferibile il silenzio, il silenzio, che é grande come il suo spirito.
É fin da Amleto che diciamo, il resto é silenzio, alla fin fine, chi si fa carico del resto é il genio, e se lo fa lui, forse lo fa anche qualcun altro.”

Chi inventó l’ironia dovette anche inventare il sorriso che ne dichiarasse l’intenzione, impresa questa molto piú laboriosa.

Torneró?

seguirti con la matita.
…Devo tenere il tratto

“Né quieto né inquieto, il mio essere calmo in alto voglio innalzarlo, piú in alto di dove gli uomini hanno piacere o pene, il resto, in mezzo, obbediva alla stessa conformitá, quasi se ne poteva fare a meno, La fortuna é un giogo e l’essere felice opprime perché é uno stato certo. Poi si coricó e subito si addormentó.”

“Domanda a se stesso se sará possibile definire un’unitá che agganci ció che é opposto e diverso.”

Sono questi i baci migliori, senza futuro.

Quello che ci vuole per mantenersi in buona salute, piedi caldi, testa fresca, sebbene l’universitá non riconosca questi saperi empirici, non si perde nulla a osservare la regola.

Nessun vivo puó sostituire un morto, Nessuno di noi é veramente vivo né veramente morto.

“Ha l’aria triste, anche se ci sono momenti in cui il suo viso si rischiara: chiardiluna diurno, una luce ombra di luce.”

Luce,
la stella polare piú luminosa,
il vigore del Mare,
il cielo candido e sincero,
le parole che mai udirete,
fino allo sfinimento del perduto futuro …
di nuovo sfiorare i riflessi
di sole e cristalli,
“Se mai saró,
se mai vivró”…

Siamo che del mondo.Guincho, Sintra, Alcabideche, Lisboa, Mafra, Zambujeira, Paço de Arcos, Cascais, Carcavelos, Oeiras, rio Tejo.

“Everybody knows that a guilty…. FREEDOM”

Un viaggio nei luoghi della memoria portoghese.

Con la compattina Lumix da battaglia.

Un omaggio allo scrittore José Saramago e all’Oceano.

Terra di Siena

Una manciata di terra senese
rammendava gli attimi,
merletti d’ombre
in amaro disincanto.
Soave
pulsavi
nel glaciale epilogo
d’aride armonie
a fiato.
Le torbide mani
accompagnavano
il lento
fluido distacco
verso mari
incastonati.
Alla deriva islandese
un pianoforte
carezzò
le vibranti corde
del dolore,
il pallore di un canto
selvatico.
Assopita in accordi di fiele
brulicante di vita,
ai piedi di pendici
maestose
e duri profili
dall’estro nostalgico.
Un sibilo
dai toni pastello
sollevava
briciole d’Oceano,
ad occhi chiusi
per udire l’eco
d’un battito di volo.

Sussulti all’aria

Fu nel torpore notturno

acerbo

di sguardi non consumati

che risaliva incessante

la gru celeste.

Fioccava oscurità

patinata

di strade interrotte,

sbiadita la via

da soffi taglienti

e rantolii raggelanti.

Tundre di cristalli

permeavano nelle radici

inquiete,

le ragioni delle labbra

accennavano alterità.

Donna, perdute le divinità

senza terre da rimpiangere,

venne a cadere l’ultimo bagaglio.

Senza ritorno.

Ebbe la vana pretesa

di fermare il progredire,

implorando l’ultima

vetta, sillabe struggenti.

Ancora istanti,

infine solinghe destinazioni

e mutevole tacere.

Anni a venire.

Dolci moine

dal letal errare,

lasciaron le mani

assaporandone il mare.

Country-less , state-less , Loch-ness

Un petalo di commozione

risaliva gli argini

tornando sabbia

catturata tra le mani,

alla fonte

di cui si osa tacere

e si suole mormorare.

Crocevia di frammenti spezzati,

sipari e proscenio in attesa

di atti muti e ciechi,

rimase un’insolita

pace smunta di fragore

sopra pietre di turbolenze.

 

Oltre il fogliame solingo

delle ottobrate romane

non si destò che suon di lira,

alle pendici di larici

che stringono proteggendo

minute segrete e altipiani

spolverati di lucente sfolgorìo.

Ragion s’invoca per un cammino.

 

Cadenzavano i passi

per fiorire in nuovi aliti di terra

e fazzoletti da lanciare

in aeroplani di speranze,

di nuove spoglie

nettare letale

e sic dolce succo

di mirabilia.

Ritrovai le lentiggini

e il mare che non conobbe fatica,

ceruleo d’infanzia

perduta o rubata.

Ancora sovente

che fu del brutal battito

che perturba,

nebbia d’Oltralpe

quel che resta

su carboni sfuocati

e già umidi.

 

Un lilium corre nel vento.

Sopravviventi

L’aurora vegliava

sulla carcassa accatastata

di nerofumo,

un fulgido offuscamento

pietrificato.

Lamelle perturbanti

solevano ticchettare

in lontananza,

fra latrati

di anime che mai fecero ritorno

per vil boschi

e torrenti disertati.

Arse il tiepido inganno

brandendo

nauseabonde pretese

di mutilati sensi,

truci vendette,

opprimenti tracciati,

vette d’onniscienti violenze

pari alla via dei predoni

ove strozzano, schiamazzano,

defecano nell’intelletto.

In una morbida chioma

di terra ed edera

rimiravo l’amabile assente,

vani raggi della notte

che confondevano attese

sospese e veglie protese,

tra poco i contorni

avrebbero abbracciato

il cupo fondale

per dar spazio al chiassoso

indefinito.

 

Ancora poche notti

di turpe angoscia

ormai lasciata la strada

del tenero soffio di lume,

a sopraggiungere

la spietata cortina

dell’inverno

l’umana follia

pretestuosa sopravvivenza,

per scrollarsi di dosso

l’amorevole paradosso,

oh sì dolce fra le utopie

averti tenuto

fra le mani tremule, indecise,

un anno intero.

 

Non s’udiron ragioni.

Sobri di falso amor

Di minutezza terrena

promesse mortali

spogliate al cospetto divino,

lasciando una manciata

di puerili letali fogli

mal riposti

alla vista torbida,

ove attanaglia

la morsa del’industrioso

chiaroscuro metallico,

pretesa d’un uomo ridicolo.

 

Lenii il potere

di non poter

corrispondere

a cotanta vanità.

Indecifrabile mezzaluna

s’accinge su labbra

assetate d’amor.

Fallaci vestigia

Destò

lo spietato rammarico

sul ponte

strabordante di neve

che sfioriva al disgelo.

Capelli di paglia

intrecciavano la musica,

incalzante,

di chi non smise di rivestire

le ore perdute

in assenze

che permangono

e svuotano le radure

di senno e opulenze.

Le costellazioni domate

non erano più impresse

ma sgretolate,

oramai fuliggine.

Giorni a seguire

fra sguardi non ricambiati,

dalla brace

ombre nere

patinate

di smorfie velenose.

Fu tra il rosseggiare

e il metallico crepuscolo

che proseguì

il fatal cammino,

in mente

il lago in fiore

e la calma rigogliosa

dell’acqua

che risaltava

di papere e cigni,

esuli anch’essi,

panchine giallognole

e viali spaziosi,

passi ampi

in gabbie velate.

 

Tenevano la mano

gli assordanti silenzi

in cima al sospiro

di un cortile.

Avvolsi ripetute speranze

a dilemmi in carta di riso,

scrutando insaziabile

i volti stranieri,

un tempo familiari,

rughe che parlano

di agrumeti secchi

e ville diroccate.

 

 

L’aggravio dell’oblìo

Illuminante monotonia

perseverava

folgorata dalle cesoie

del sicario combattuto

se recidere cranio

o abbandono estatico,

abietti di gran lunga

per il taglio

di ali fulgide

e perlescenti

seriale.

S’accingeva

allo spietato rituale

inquadrando la Donna

in alveari di cristallo,

ahi che turpe paesaggio

poter sfiorar la libertà,

e grate arruginite

da torpido candore.

 

In costante sevizia dorata

il Mite ardore

non ebbe che

mani legate

e pensieri scoscesi,

soffusi fra gli astri,

ma di tutti gli umori

spezzati

il lontano ricordo

di chi amò

straziava le albe

soggiocanti

assopendo il velato

fiore della gioventù

tra affanni

e logoranti inganni.

 

Tu che mai mi fosti

di peso,

di te porto il fardello

di non viverti.

 

 

Fruscìi d’emozioni

Puntini saltellanti,

ebbri di squisitezze

marmoree

e vicissitudini d’acqua,

il sole balenava

gli ultimi indecisi

sobbalzi nascosti,

sospeso dietro

croci in ferro

e palazzi della diplomazia.

Un negligente susseguirsi

di vibranti embrioni

e pietre consacrate

ad antichi amori,

che giacciono

inabissati tra anemoni

e alghe stropicciate.

 

Occhi curiosi sovente

sul fianco dello scrittore

che rischiara

dì senza storia,

coniando sigilli

di forgiate carezze

e triviali apparizioni,

votate al fruscio primaverile

dei prati lievemente stemperati

del grande Nord.

L’irriverente cinguettìo

riponeva i vecchi

irrazionali dissapori

belligeranti

nel doveroso ripostiglio,

soffitte polverose

e formiche dedite

al grande incarico ripetitivo.

E immersa

negli scrittoi delle possibilità

che fluirono,

scandirono nuovi ticchettìi

e ruscelli tormentati.

 

Spezzate le radici

del fato,

in direzione della prua

la notte assopita,

congolante,

d’incanti le nuove rotte.

Oh Navigante

senza amor che attende,

la scia che porti

d’uomo e nuove stelle

sottintende.

Una puntina nel capitello dorico

Sulle rive delle Colonne propizie

l’uomo

si desta e solleva,

conscio del mutevole

silente viaggio

nel sapere.

Una sola punta tonda

serve i petali

del suggellato dovere,

Essere e Sia,

tumuli interrati

fra scheletri

privi di degna sepoltura

e memorie profanate,

edulcorati corpi

in ritmato perenne

procinto,

assetati di vita

e morenti taciuti.

Le schiene ripiegano

su se stesse,

le mani capienti

raccolgono terra,

nulla,

sino al giorno

delle rivelazioni,

in cui le certezze

periscono

valendo una vita.

Di qui truppe evase in marcia

verso la terra degli Ori,

dal Capo nord

raggelano

vecchie albe premature,

permane una patria

o un destino

che accompagneranno al macello

il primitivo Uomo,

ansimante, soffocato,

appagato da nuove

metafore scadenti.

Coniati nuovi termini,

i tracciati del conio schiacciano

le persone

e destituiscono il tempo

della natura,

calpestandola nel respiro.

 

Ancora mari agitati

d’immaterialità

che fasciano e legano,

annebbiano le viste

dei naviganti compiaciuti,

tra coccarde

e case fatiscenti.

Là dove la brace brillava

sotto le stelle dell’universo.

Nudi colori

Accosta i tuoi esili

respiri

sul mio petto dolorante,

guardandoci dalla pressante fatica

di una vecchia menzogna.

Dai tuoi avventurosi

cimeli d’aria

accenderò lampioni

su rime infuocate

e voglie illibate.

Lasciami una volta ancora

le tue dita,

schiudendo in passi stretti

la pioggia

delle notti di sete nude e preziose

e inconfessabili vittorie.

Sguardi supini,

selvatici umori

oltre la siepe.

La giustizia del Mare

Mare,

quale giustizia professi

risucchiando carcasse di galeoni,

carni saccheggiate

ai tramonti d’Ovest.

La veemenza

spazzò solerte

vividi giacigli

e balaustre portanti,

reggimenti orfani

e miracoli perduti.

 

Oh mare,

s’arrese la sorte di soppiatto,

la conoscenza lenì le pene umane

e scaraventò verso Nord

attimi di fugace estasi,

infrangendo pretestuosità,

eroiche presunzioni

dirette su aguzze scogliere.

Riconobbe la minutezza

la gabbianella,

scossa,

dalla umida nuvola di salsedine,

fuliggine insormontabile,

fedele compagna errante.

 

Avvolse e richiamò

marinai sparuti

che di abissi non poteron

risalire i mari freddi.

Invano sulle sponde

porgeron

ossequiose concessioni floreali,

secche di stagioni,

d’inquietitudini non fecero

ritorno.

Cover your wrinkles, find out the dust

Instancabili facezie

umori lignei

in orari di giacenze

prive di fondamento,

si lasciava rimirare

il fondale delle suppliche

rivoltose

e raggelanti rinunce,

purchè non lo si profetizzi

impropriamente

con i toni malconci

delle disgrazie d’amore.

Ahi.

 

Crepe lussureggianti

di cime rigogliose

dove albeggiava

la speranza di svanire,

della stessa mortal natura

di una nota stridula

incessantemente convergeva

su pregiate corde

ridondanti,

sinfonie distolte

d’intromissioni

dalle goffe cadenze.

Strazi arrecati,

passi di terra bruciata

e grida d’orrore,

lagune d’odio

e baie d’astio.

 

Naufraghi d’epoche

indolenti

tra paludi melmose,

il vascello impantanato

si arenò inesorabilmente

dileguandosi nelle aride pozze,

denso di nostalgia

caricava corpi predestinati,

vite tatuate,

menzogne farfugliate

e per nulla concesse.

La fioritura del niente

che soggiace

si protrasse

sino ad estinzione

del racconto errabondo.

Mancammo di vanità meschina

nel ricamo di fantasiosi inganni

in vendita,

dall’inerzia offuscata

furon bagliori, lampi,

voce del magma primordiale

laddove crebbe il tutto

che tace.

Infine.

 

Le labbra incandescenti

sfiorarono le rughe

in un morbido ricordo.

#mercanti-del-nulla

Tra le rime stropicciate

si sollevava il bagliore

di bluastre e violacee

protuberanze,

colavan pietre

d’avorio

odore plastico

di notti

alla penombra di riluttanti

abomini,

secondi tolti

alla lucida follia.

 

In vistoso pellame

baldanzoso

il rifiuto permaneva

nelle più radicate convinzioni

ottenebrate dal cappio

seducente e proporzionato,

un vecchio stanco

dimenticato mondo

pretendeva

di strisciare

ai piedi degli spiriti

per catturarne

la folgorante alchimia.

 

Gli osceni arcani

sputacchiavano

rimorsi

d’un tacito vissuto,

sebbene molesti

una realtà

contrapposta

soppesava

l’irraggiungibile, terso,

di cui si doveva

aver premura

e dominanza.

 

Eravamo non-vivi,

i sensi

perverse maschere

e i fili solo una cometa

sulle volute dell’indeterminabilità,

un cielo stellato

d’incubi mozzafiato,

ecco l’impeccabile

sinusoide frastornante

a solcare

la banale paralizzante fine.

Di che libertà morire,

di che morte vivere,

minuti nel confine

tracciato,

il prezzo per non essere liberi,

la differenza demotivante

tra il gesso e il torrente.

#wreckage-1

Le pietre calzanti

di carovane

in viaggio

sottindendevano

la variabile piovana

d’intersezione soffiata

fra i rovi

agitati di Grecale,

roccaforte in battere e levare

dei nostri solstizi magmatici.

 

Crespature rifrangevano

lo scrigno di un volto,

sale che leviga

le bruciature

sollevate dallo spruzzo

d’eterno fiorir,

sbiadita sensazione di menta

accatastata

tra le facezie del sospinto

assente.

 

Frattanto un frastuono

di memoria a guazzo

intarsiata

dimorò

sull’insipida recinzione

ove solevo volgere

il respiro filtrato

nelle interminabili ore

di luce soffusa.

 

Impossibilitata da catene

di futilità

mirai l’angolazione complice

impressa su alte pareti,

sino all’istante rappreso

d’inquietitudini lignee,

pressante esposizione lunare

o convinzione di travagliate

appartenenze,

sedando il coraggio

su pallide flebili

speranze,

rimase l’irraggiungibile verità

schiacciata da volatili

illusorie moribonde

menzogne

giunte nei luoghi del non senso.

Fantasmi.

#cordage-1

Purpuree nottate

al pallore gitano

dieresis alati

di ricerche speziate,

sconsiderati

abbeverammo

le membra assopite

arrestandoci

alle origini della sorgente

di vita

per lenire le virtù

indifese.

 

Di soppiatto le radure

colmarono

la tempesta in agguato,

le ombre sul giaciglio

lievitarono in plumbei

riverberi d’acciaio

e stretto cordame

per non incomodare

la dipartita della libertà,

svenevoli chiazze

d’ossessionate remore

composte

in discrezioni recintate.

 

Il tempo rese

le verità convergenti

al confine dei cieli

ove la condensa

sulle vele dei sensi

risaliva

espandendosi fittamente

in fumose opacità,

esortasti incalzando

l’andatura trascinata

svuotata dello slancio

fecondo,

scariche elettromagnetiche

terse rumoreggianti

sulle labbra,

dove l’innocenza

prende coraggio

e s’ammala d’amor.

#wildness-1

Orizzonti e fate morgane,

il focolare ammutolito

di cieli lacerati

ebbri di circumnavigazioni

ritratte

aldilà di motivetti

concitati.

Un mosaico vitreo

d’interdetti vascelli

tra ciocche pensanti arruffate,

l’emblematico siffatto

sonno di polvere argenteo

su riflessi

di letti frastagliati,

il caro prezzo dell’Oceano

che raggiunge,

sopraffà gli arguti limbi,

sconfinate maree

derive e maestose onde,

diletto di delfini giocosi

su adagi pentagrammati

di pinnate euforie

ammiccanti,

ultima roccaforte

di fanciullesche declinazioni.

 

Etere in sublimazione,

risalendo le sponde

dell’ombelico dal magma,

filtrano striduli rami

ai primordi della fugacità

tra becchi variopinti

e foglie miracolose,

fintanto luce accechi

l’oblìo dell’alchemica

immanenza,

una rosa dei venti e un sospiro

tra minute di dita

per non averti.

 

Amor ti seppi,

tan libero e spinoso

che ti lasciai

il più bel dono,

lì imperturbabile

fra Orione e Antares

all’incrocio delle vie maestre

crocevia di naviganti e amanti

che a tarde ore

pregano le distanze

e soverchiano le memorie

d’unghie implacabili

a fior di pelle.

Seguirmi tra filati d’aquiloni

nell’onirico viaggio

dal bizzarro unisono,

levigato su lenzuola

di cera in pioggia di fiammelle

e petali, ancor petali d’Oriente

su vivide indecisioni inafferrabili,

fra milioni di volti

le perdute emozioni.

Corri, Lupo.

#the-lover-2

Frontiere,

rimembranze su fianchi stagionati

di docili speranze

che andavano custodite

tra polvere arrugginita

e torpidi silenzi ghiacciati.

Terre,

udiste la voce accorata

di bimbi divorati

da turpe virulenta noncuranza,

dita intrise di ghiande fanghi

sul petto di chi morse

transitorie spoglie.

Sebbene mai comprendemmo.

 

Il crepuscolo voltò

i suoi raggi intarsiati

di bagliori e avori

in lune bluette,

supina ammiccante

la riva inghiottiva

l’oscurità patinata

di libellule intermittenti.

 

Atterrava sconsolata

la certezza delle stridenti

note proferite

a labbra serrate,

natura impertinente

selvatici occhi di mare

in tempesta,

impetuose rovine

tra suggestivi tramonti infuocati

d’insaziati tormenti

inesplicati.

 

Caparbio tenero riflesso

increspato gioiva

di moine lacustri,

pregai piume e nubi

al desio

sull’ingresso

di rami muschiati

e sottobosco levato

di goccioline e umori

pralinati,

acre mistura di riserva

e immensi spiriti

che scioglievano i nodi

del sacro fuoco

nell’ultimo fluttuante

sospeso fiato

di scintilla

in ascensione verso l’aere.

Fiocchi adagio

di bianco candore.