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Maria Chiara Fagioli

Sopravviventi


L’aurora vegliava

sulla carcassa accatastata

di nerofumo,

un fulgido offuscamento

pietrificato.

Lamelle perturbanti

solevano ticchettare

in lontananza,

fra latrati

di anime che mai fecero ritorno

per vil boschi

e torrenti disertati.

Arse il tiepido inganno

brandendo

nauseabonde pretese

di mutilati sensi,

truci vendette,

opprimenti tracciati,

vette d’onniscienti violenze

pari alla via dei predoni

ove strozzano, schiamazzano,

defecano nell’intelletto.

In una morbida chioma

di terra ed edera

rimiravo l’amabile assente,

vani raggi della notte

che confondevano attese

sospese e veglie protese,

tra poco i contorni

avrebbero abbracciato

il cupo fondale

per dar spazio al chiassoso

indefinito.

 

Ancora poche notti

di turpe angoscia

ormai lasciata la strada

del tenero soffio di lume,

a sopraggiungere

la spietata cortina

dell’inverno

l’umana follia

pretestuosa sopravvivenza,

per scrollarsi di dosso

l’amorevole paradosso,

oh sì dolce fra le utopie

averti tenuto

fra le mani tremule, indecise,

un anno intero.

 

Non s’udiron ragioni.

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