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Maria Chiara Fagioli

Fallaci vestigia


Destò

lo spietato rammarico

sul ponte

strabordante di neve

che sfioriva al disgelo.

Capelli di paglia

intrecciavano la musica,

incalzante,

di chi non smise di rivestire

le ore perdute

in assenze

che permangono

e svuotano le radure

di senno e opulenze.

Le costellazioni domate

non erano più impresse

ma sgretolate,

oramai fuliggine.

Giorni a seguire

fra sguardi non ricambiati,

dalla brace

ombre nere

patinate

di smorfie velenose.

Fu tra il rosseggiare

e il metallico crepuscolo

che proseguì

il fatal cammino,

in mente

il lago in fiore

e la calma rigogliosa

dell’acqua

che risaltava

di papere e cigni,

esuli anch’essi,

panchine giallognole

e viali spaziosi,

passi ampi

in gabbie velate.

 

Tenevano la mano

gli assordanti silenzi

in cima al sospiro

di un cortile.

Avvolsi ripetute speranze

a dilemmi in carta di riso,

scrutando insaziabile

i volti stranieri,

un tempo familiari,

rughe che parlano

di agrumeti secchi

e ville diroccate.

 

 

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